Pudori

Oggi Matilde ha cominciato a gattonare e per di più alla velocità della luce, o quasi.
E’ tutto il pomeriggio che mi sento come se io avessi vinto le Olimpiadi, ma non lo dico a nessuno.

Zen cittadino

In questi giorni a Milano l’aria è limpida e – sorpresa rara – se guardi all’orizzonte vedi le Alpi.
Ieri andavo in macchina al lavoro e le potevo vedere in fondo a viale Melchiorre Gioia. Pensavo che ad ogni semaforo un po’ mi avvicinavo a loro e mi son perso a guardarle ad ogni rosso che ho incontrato. Se fossi andato sempre dritto ci sarei arrivato nel giro di un paio di ore.
Svoltare a destra per cercare parcheggio è stato insolitamente doloroso.

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Una delle anime più vere di Milano si trova nelle sciure che incontri in zone come quella dove vivo, vicina al centro, ma altrettanto vicina alla periferia, dove guardano il Castello da Corso Sempione ma hanno Quarto Oggiaro che incombe alle spalle.
Queste signore sempre ben vestite, troppo truccate, troppo alla moda per la loro età.
Con i gioielli da prima della Scala anche se vanno dal panettiere e la pelliccia non appena fa freddo.
Si credono belle, eleganti e milanesi, diverse e migliori da chiunque abiti due traverse più in là, verso la periferia, verso gli extracomunitari.
Hanno il bastardino al guinzaglio ma lo trattano come se fosse un barboncino con chilometri di pedigree. Giocano a fare la gran signore e lo vedi che ci credono davvero.

Milano si crede capitale morale, capitale della moda, capitale della cultura, capitale dell’Europa, ma stagna e arretra come fa il resto del Paese.

Milano sta seduta sul suo passato e sui miti che ha generato, e non ammette che ormai, per quanto non so, le rimangono la moda e il design a darle un minimo di lustro.

Milano ha in mano un progetto proposto e realizzato da due italiani che tutto il mondo ammira: Claudio Abbado e Renzo Piano, e in poche parole, di questo progetto non sa che farsene.

Milano non sa più pensare in grande, i cittadini che firmano la petizione invece sanno ancora sognare una Milano degna di se stessa.

Le coccinelle

Le 0:28 lampeggiano sull’orologio. Questo quartiere periferico dormirebbe se un gruppo di operai vestiti di arancione non stesse martoriando l’asfalto vecchio con una macchina che fa un rumore infernale.
Domani avremo asfalto fresco. Le strisce pedonali, nuove e candide,  avranno l’ impronta dei primi usciti presto per andare al lavoro.

Qui dentro si sentono solo i respiri, due ritmi diversi.

Il più leggero alza appena appena una tutina bianca e rossa. E’ piena di coccinelle, e spero davvero che portino fortuna anche se chi le indossa non sa ancora cosa sia una coccinella.
Mia figlia non ha ha ancora imparato ad evitare gli sguardi e ti fissa dritta negli occhi, senza nemmeno un colpo di palpebra. Così io mi perdo a fissare occhi che non hanno ancora visto niente di quello che io non so nemmeno più di sapere.
Ha gli occhi di sua madre, mia figlia e già ripete qualcuno dei suoi sguardi. La prima volta che l’ho scoperto mi ha un po’ sconvolto, ma qui è tutto sottosopra, niente come sembrava dovesse essere per sempre.
Il ritmo è cambiato. Si corre più di prima e poi ci si ferma quando lei, la più piccola dei tre, decide che vuole il tuo tempo, le tue attenzioni e ti porta lontano, via dai rumori della città, via dalle corvée di uomo adulto.
Piccolo dittatore che sa farsi amare incondizionatamente anche quando decide, impone, obbliga.

Adesso che ho una donna in ogni camera della casa, non sono un uomo fortunato?

Lato A, lato B

kurt cobainFino a poco tempo fa il tempo era un muro alle tue spalle, potevi solo andare guardarti avanti e mettere un passo dopo l’altro. Da un certo punto in poi, con una rapidità che lascia stupiti, scopri che invece puoi guardarti indietro, che di spazio alle tue spalle nei hai lasciato parecchio a furia di camminare. E’ il tempo che è passato e tu ti senti, per la prima volta, vecchio.

Quella parola tabù che mai avresti immaginato di sentirti appiccicata addosso, adesso sembra riuscire a descrivere una parte di te, come ti senti in certi stupefatti momenti.
Credo che tutto questo si chiami invecchiare, e un segnale indiscutibile è quando cominciano a fare film sui uno dei tuoi miti e sai che presto ci sarà un revival degli anni della tua adolescenza e di tutte quelle cose che hai ancora nell’armadio, nelle scatole lasciate a casa dei tuoi genitori.
La vita è un autoreverse.