Non è mica di coriandoli

Ipotizziamo una società che per una convenzione comunemente riconosciuta, si ritrovi numerosa in un luogo pubblico per celebrare una festività – i partecipanti per lo più bambini accompagnati dagli adulti – e  che siano, almeno in questa occasione, gli elementi più giovani di questa società ad orientare i consumi e le immediate spese economiche di ciascun nucleo famigliare.
Mettiamo che le convenzioni, o meglio, le tradizioni, prevedano che i partecipanti a questa manifestazione si dotino di una serie di oggetti rituali, tra cui modeste quantità di briciole di materiale cartaceo, ottenute tagliando fogli di carta di bassa qualità, spesso riciclata o di scarto, con procedimenti industriali a bassissimo costo.
Mettiamo che una modica quantità di questi oggetti, normalmente conservati in sacchetti sufficientemente grandi a contenerne almeno il doppio, venga venduta sul luogo del ritrovo collettivo ad un prezzo pari a quello necessario ad acquistare mezzo chilogrammo dell’alimento base della cucina locale.
Aggiungiamo inoltre che, nonostante le leggi prevedano che ogni transazioni commerciale sia accompagnata da una attestazione, e che tali attestazioni siamo utilizzate per determinare in quale misura il commerciante debba contribuire alle tasse che tutti i cittadini sono tenuti a versare per garantire servizi comuni –  per nessun sacchetto di briciole di carta venduto viene rilasciata attestazione comprovante l’avvenuta vendita.

Ecco, io penso che una società così, se improvvisamente scomparisse, venisse invasa ed assoggettata da un popolo culturalmente più avanzato, o semplicemente diventasse sterile, in fondo non sarebbe una gran perdita.

 

(Tra qualche decennio, se in qualche modo tutto quello che viene scritto su Internet avrà modo di sopravvivere, qualcuno potrà scoprire che nell’anno 2012, il giorno di carnevale, il prezzo di mercato di un sacchetto mezzo vuoto di coriandoli in una cittadina qualunque della provincia italiana era di 2 euro).

È finito Sanremo

È finito Sanremo e posso tornare a frequentare la mia timeline di Twitter.
Ho 36 anni e non riesco a capire come mai gran parte dei miei contatti, più o meno miei coetanei, si siano divertiti a commentare più o meno in diretta quello che passava la tv.
Era tutto un inorridito sarcasmo, e si cercava una bella canzone come un quadrifoglio in un campo spelacchiato di periferia.
Ognuno ha detto la sua sulle sparate di Celentano e sulle mutande di Belen, che non c’erano.
I tag #occupysanremo si sono succeduti con una frequenza tale da far perdere nel caos tutti gli altri tweet, con il risultato di occupare la mia timeline piuttosto che il palco del Teatro Ariston.
E io che pensavo che molti dei miei contatti non ce l’avessero nemmeno, la televisione.
È una generazione che torna ad accendere la TV quando non riesce a resistere al richiamo di una cosa che, quando eravamo piccoli, non eravamo ancora capaci di definire trash?
Ah sì, il trash si guarda anche se inorriditi, è quello che lo rende divertente, ma è anche quelli per cui è concepito.

Mi viene in mente quando da bambini, dopo i temporali, trovavamo i lombrichi morti nelle pozzanghere.
“che schifo” diceva uno, “bleah ” diceva l’altro, ma intanto si stava lì a stuzzicarli con i bastoncini e, alla fine, ci siamo divertiti sul serio, nessuno di noi dirà il contrario.

Maledetti figli di un gabibbo

Credo di essere un padre entusiasta e motivato quanto basta, ma continuo a sentirmi del tutto inadeguato per una puntata intera dei Teletubbies.
Tengo botta per innumerevoli zompetti e risolini fino agli ultimi minuti, ma poi crollo inevitabilmente sui saluti finali annunciati dal malefico altoparlante che spunta da quell’odiosissimo prato.
I “ciao ciao” posso durare per quelle che sembrano ore e quando i nanetti rispuntano fuori di nuovo, richiamandoti da quella sonnolenza innervosita in cui eri precipitato, hai ormai buttato alle ortiche – sconfitto – ogni concetto di tempo che ti eri faticosamente costruito in tutti questi anni.