Non è mica di coriandoli

Ipotizziamo una società che per una convenzione comunemente riconosciuta, si ritrovi numerosa in un luogo pubblico per celebrare una festività – i partecipanti per lo più bambini accompagnati dagli adulti – e  che siano, almeno in questa occasione, gli elementi più giovani di questa società ad orientare i consumi e le immediate spese economiche di ciascun nucleo famigliare.
Mettiamo che le convenzioni, o meglio, le tradizioni, prevedano che i partecipanti a questa manifestazione si dotino di una serie di oggetti rituali, tra cui modeste quantità di briciole di materiale cartaceo, ottenute tagliando fogli di carta di bassa qualità, spesso riciclata o di scarto, con procedimenti industriali a bassissimo costo.
Mettiamo che una modica quantità di questi oggetti, normalmente conservati in sacchetti sufficientemente grandi a contenerne almeno il doppio, venga venduta sul luogo del ritrovo collettivo ad un prezzo pari a quello necessario ad acquistare mezzo chilogrammo dell’alimento base della cucina locale.
Aggiungiamo inoltre che, nonostante le leggi prevedano che ogni transazioni commerciale sia accompagnata da una attestazione, e che tali attestazioni siamo utilizzate per determinare in quale misura il commerciante debba contribuire alle tasse che tutti i cittadini sono tenuti a versare per garantire servizi comuni –  per nessun sacchetto di briciole di carta venduto viene rilasciata attestazione comprovante l’avvenuta vendita.

Ecco, io penso che una società così, se improvvisamente scomparisse, venisse invasa ed assoggettata da un popolo culturalmente più avanzato, o semplicemente diventasse sterile, in fondo non sarebbe una gran perdita.

 

(Tra qualche decennio, se in qualche modo tutto quello che viene scritto su Internet avrà modo di sopravvivere, qualcuno potrà scoprire che nell’anno 2012, il giorno di carnevale, il prezzo di mercato di un sacchetto mezzo vuoto di coriandoli in una cittadina qualunque della provincia italiana era di 2 euro).

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